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  • Centro Astalli Trento

COSTRUIRE ACCOGLIENZA, COLTIVARE FUTURO

Aggiornamento: 14 gen

I volti e le storie di chi bussa alle nostre porte e di chi non esita ad aprire



Qual è il valore dell'immigrazione per il Trentino? Che ruolo giocano i migranti nel futuro del nostro territorio? E che cosa hanno da dire su questo l'Università, la Chiesa, il mondo delle imprese?

In occasione dei Quarant’anni del Centro Astalli, per rispondere a queste e ad altre domande sul modello di accoglienza e integrazione che vogliamo, ci siamo trovati a Casa San Francesco a Spini di Gardolo, dove abbiamo registrato un dialogo andato in onda il 30 dicembre su RTTR. Qui, grazie all’ospitalità dei Frati Cappuccini e al lavoro del Centro Astalli Trento, risiede una comunità dove vivono insieme famiglie rifugiate, studenti universitari, uomini richiedenti asilo e gli ospiti di un dormitorio per richiedenti asilo senza fissa dimora.


La riflessione è partita da un’intervista a Joy Ehikioya, rifugiata nigeriana laureata all'Università di Trento, che recentemente ha incontrato il presidente Mattarella proprio in occasione dell’anniversario di Astalli. “In Italia, a differenza che in Nigeria, non ho mai subito persecuzioni per il fatto di essere albina” ci ha detto “ma in compenso mi hanno discriminata in quanto donna e in quanto straniera. Mi è stato detto che non avevo il diritto di dire la mia, che non sapevo nulla e dovevo stare zitta. Ma io ho studiato, ho delle idee. Prima di essere una sopravvissuta, sono stata una vittima e sì, ho sofferto. Ma quando ho capito che mi era stata data un’altra possibilità, ho deciso che non potevo sprecarla e ora so che ho delle competenze, ho delle cose da dire e non mi fermerò finché non le avrò dette. La voce dei rifugiati è importante”.

Hanno raccolto gli spunti lanciati da Joy gli altri partecipanti al dibattito, stimolati dalle domande della giornalista Paola Siano, che moderava il dibattito.

“Il Trentino ha bisogno di aprirsi a chi viene da lontano” dice Fausto Manzana, Presidente della Confindustria di Trento “alla nostra economia servono lavoratori, con il calo delle nascite che stiamo vivendo, è impossibile perpetuare il benessere della nostra società senza i migranti. In questa ottica gli slogan come 'prima i trentini' perdono subito di senso: accogliere è una vittoria per tutti. D’altra parte, corriamo il rischio di accorgerci dei lavoratori stranieri solo quando servono, invece l’industria e la società trentina devono essere capaci di garantire un’accoglienza degna. Pensate per esempio ai lavoratori domestici, alle badanti: mettiamo nelle loro mani i nostri genitori, i nostri affetti più cari e poi, non siamo pronti a dar loro nulla in cambio? Le vedute ristrette, ormai, non hanno più senso, basta alzare lo sguardo per vedere un futuro che è, per forza di cose, multietnico e multiculturale”.

Lo stesso pensa Flavio Deflorian - Rettore dell'Università di Trento il quale rimarca che l’Università è un luogo privilegiato rispetto a questo: “Siamo da sempre un polo di multiculturalità e accoglienza. Fa parte del nostro DNA. Per questo, tra tante altre attività, abbiamo dato vita al progetto di formazione universitaria per rifugiati e richiedenti asilo, del quale ha beneficiato anche la dottoressa Ehikioya. Lei è un esempio per tutti quelli che, come noi, credono nella cultura come un mezzo di libertà. Io penso che lo studio, infatti, sia un passo fondamentale per permettere a chi viene da lontano di sviluppare il proprio vero potenziale, in modo da poter poi contribuire ed arricchire la nostra società, che li ha accolti.

Di ricchezza parla anche Suor Daniela Rizzardi, Madre Superiora delle Canossiane di Trento che hanno accolto due mamme nigeriane con le loro bambine nel compendio che ospita anche il Centro Moda Canossa e la scuola materna. “Abbiamo deciso di fare questa esperienza nel ricordo del monito di Santa Maddalena di Canossa di non dimenticare mai i poveri” dice Madre Daniela “eppure ci siamo accorte di non esserci aperte alla povertà, ma alla ricchezza. Le donne rifugiate con cui viviamo, giorno per giorno, ci ricordano il compito più importante: prenderci cura del creato e delle sue creature. Così come è stato per Santa Bakhita, donna sudanese venduta come schiava e poi diventata suora canossiana, ci fanno vedere come dalle ferite della vita possono nascere feritoie attraverso le quali vedere una realtà più ricca, un futuro più saggio e felice. Per questo siamo loro grate. Cerchiamo di tessere la tela delle relazioni, accompagnandole tramite tutte le realtà del compendio: le piccole frequentano la scuola materna, nel Centro Moda si fanno progetti sulle migrazioni… Sono un grande regalo per tutti e tutte noi.”

Del fatto che l’incontro con l’altro sia un regalo è convinto anche Padre Alberto Remondini sj - Presidente della Fondazione Sant'Ignazio. “Da quando Padre Pedro Arrupe fondò il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati nel 1981, quarant’anni da oggi, siamo sempre stati convinti che le persone che arrivano portino un’importante trasformazione. Nell’incontro con la sofferenza dell’altro noi diventiamo migliori. Questo è quello che ha portato anche gli studenti italiani che vivono qui, in questa Casa San Francesco, a fare un’esperienza di vita fianco a fianco ai rifugiati. Per questo è importante stare a fianco dei rifugiati in tutti i luoghi: quelli del dolore e dell’impossibilità, come le prigioni e i campi lungo la rotta Balcanica, ma anche quelli del benessere come le nostre città, dove chi ha di meno rischia comunque di soffrire e di essere emarginato. Non possiamo essere ciechi davanti a questo dolore, dobbiamo aprirci ad esso e lasciarci trasformare.”



Qui la trasmissione integrale:



 

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