Cerca
  • Centro Astalli Trento

PERSONE CHE SCAVALCANO MURI

Aggiornamento: 16 mar

Un racconto del corso di formazione - ed. 2022



Cinque settimane, una sera a settimana. Tanto è durato "Persone che scavalcano muri", il corso di formazione sulle migrazioni forzate organizzato dal Centro Astalli Trento che si è tenuto nei mesi di gennaio e febbraio.


Ci siamo incontrati fisicamente e virtualmente, in un esperimento che ci ha portati ad "esserci" contemporaneamente in presenza e online. Creare dialogo e senso di appartenenza al di qua e al di là dello schermo è stata una sfida, crediamo riuscita: è stata l'ennesima barriera superata, un altro muro scavalcato.


"Diventare persone che scavalcano muri" è stata la sfida che abbiamo lanciato a chi si è iscritto al corso. Ma incontro dopo incontro ci siamo resi conto che stavamo facendo molto di più che superare muri, stavamo costruendo ponti. Ponti i cui mattoni sono informazioni, nuove conoscenze, domande, dubbi, emozioni, curiosità, idee, tenuti assieme dalla malta del nostro incontrarci per imparare insieme, dalla nostra voglia condivisa di conoscere.



Ad aprire la strada di questo viaggio nel mondo delle migrazioni forzate sono state Angela Tognolini e Joy Ehikioya, due autrici che per ragioni diverse e in modi diversi hanno vissuto, ascoltato, raccontato storie di migrazione. Da tutte le storie che hanno attraversato la loro strada, hanno tratto degli spunti da donarci, spunti su come affacciarci alle storie di migrazione che incontriamo. Ci hanno invitati all'ascolto, pratica antica e unica chiave di accesso alle vite e alle storie degli altri. Un ascolto, però, disposto a fermarsi di fronte a storie e vite che vogliono rimanere celate, rispettoso del desiderio di un ritorno al pudore e alla privatezza, come l'ha definito Francesca Morra, psicoterapeuta dell'Associazione Frantz Fanon. Infine, Angela e Joy ci hanno portato delle parole - fortuna, fatica, dolore dell'altro, privilegio, cambiamento, speranza - che ci hanno accompagnati per tutta la durata del corso, riemergendo una dopo l'altra negli incontri successivi.

La scelta di porre le storie ascoltate, vissute e raccontate di Joy e Angela all'inizio di questo percorso ha definito una prospettiva importante: prima vengono le persone e le storie. I numeri, i dati e le definizioni con cui le generalizziamo non possono allontanarci troppo da queste unicità.



Il secondo incontro è stata un'immersione nella legislazione riguardante le persone richiedenti asilo e rifugiate. L'avvocata Chiara Lucchini ci ha accompagnati attraverso un intrico di leggi, trattati, convenzioni e procedure che rappresentano, per le persone impegnate nel percorso di richiesta della protezione internazionale, ciò che più di qualunque altra cosa ha il potere di determinare le loro vite. Nell'attesa di ricevere una risposta, ci ha raccontato Chiara Lucchini, si vive in uno stato di sospensione. Una sospensione che lacera e che impedisce di mettere radici, perché al termine dell'attesa potrebbe esserci un "no", l'ordine di tornare indietro. Una sospensione marcata dall'intrusione continua e talvolta violenta nella propria storia, nella propria intimità: il prezzo da pagare per un "sì" che potrebbe non arrivare.

"Abbiamo applicato il numero chiuso al genere umano". Di fronte a leggi e principi bellissimi sulla carta, come l’articolo 14 della Dichiarazione universale dei diritti umani o l'articolo 10 della Costituzione italiana, l'interpretazione e applicazione quotidiana risente troppo spesso della volontà di escludere.



A escludere si inizia dai confini. Nel corso del terzo incontro, Camilla Romanò e Padre Stanko Perica ci hanno raccontato di ciò che avviene ai confini dell'Unione Europea. Camilla, volontaria dell'Associazione ResQ People, ci ha parlato del Mediterraneo, definito da Papa Francesco il "cimitero più grande d'Europa". Nelle sue acque, attraversate da una moltitudine di persone di cui solo una parte riesce ad arrivare a destinazione, soccorrere è considerato un reato, ostacolato e condannato dai governi europei. Le navi come quella di ResQ, che scelgono di mettersi in mare nonostante le minacce di denunce e fermi, sono le uniche testimoni della strage che si sta consumando al largo delle coste europee.

Padre Stanko, responsabile del Jesuit Refugee Service per il Sud-Est Europa, è testimone di cosa avviene a un altro confine dell'Unione Europea, quello affacciato sui Balcani. Un confine meno conosciuto ma altrettanto pericoloso. Un confine che viene difeso contro le donne, gli uomini e i bambini che cercano di attraversarlo dalle polizie di frontiera, anche a costo di commettere respingimenti illegali secondo il diritto internazionale. In queste zone di frontiera, dove la legge e gli stati smettono di essere garanzia di diritti, a fornire un po' di sollievo alle persone in fuga restano solo le forze di chi, come Padre Stanko, sceglie di "accompagnare, servire, difendere", come recita il motto del JRS e del Centro Astalli.



I viaggi compiuti dalle persone migranti, costrette a spostarsi in clandestinità, possono causare profonde ferite nel corpo e nell'intimo. Di queste ferite interiori ci hanno raccontato nel quarto incontro le psicologhe Elisa Michelon del Centro Astalli Trento e Francesca Morra dell'Associazione Frantz Fanon. CI hanno spiegato quanto possono essere difficili da curare e prima ancora da nominare e da comprendere, se non si appartiene allo stesso orizzonte culturale delle persone che, venendo da lontano, portano con sé un bagaglio pieno di significati e di punti di vista sul mondo esteriore e interiore. Un bagaglio a cui si aggrappano soprattutto nei momenti di difficoltà.

L'incontro, professionale e non, con l'altro e con il mondo culturale che porta con sé può generare un turbamento dentro di noi. Ma per entrare veramente in relazione, hanno sottolineato le nostre formatrici, è necessario lasciarsi turbare, permettere che il nostro stesso bagaglio culturale venga scosso dal confronto con l'altro.



Lunedì 14 febbraio il nostro corso di formazione si è concluso con un incontro sulle migrazioni ambientali tenuto dalla Professoressa Eugenia Pacini. Un tema di cui è importante e urgente parlare, dato che a causa dei cambiamenti climatici sono e saranno sempre di più le persone costrette a fuggire dai loro luoghi di origine, resi invivibili dalle trasformazioni dell'ambiente e del clima. I migranti climatici, difficili da definire e categorizzare, non godono al momento di nessun tipo di tutela o protezione internazionale. Ѐ inverosimile, secondo Eugenia Pacini, che gli Stati sottoscrivano delle tutele per questa categoria di migranti, perché troppo vasta. Se ci fossero, però, queste tutele per essere adeguate dovrebbero tener conto della prevenzione di questo tipo di migrazione, invece di intervenire solo successivamente.

La migrazione ambientale, infatti, non è altro che una forma di adattamento ai fenomeni legati al cambiamento climatico, ci ha ricordato la nostra formatrice. Inoltre, è importante considerare le disuguaglianze alla base di questo tipo di migrazioni, che originano dai paesi meno responsabili dell'inquinamento che causa i cambiamenti climatici.


 

Durante queste cinque settimane abbiamo percorso molti luoghi, geografici e interiori, guidati da chi, per mestiere o per le vicende della vita, si è ritrovato a vivere, ascoltare, raccogliere e studiare storie di migrazione. Tramite i ponti costruiti al di là dei muri che abbiamo scavalcato, abbiamo imparato ad incontrarci. Ponti che prima ancora di essere attraversati ci hanno permesso di trovarci fianco a fianco mentre li costruivamo, mattone su mattone.


Grazie a tutte le persone che ci sono state, e per chi non ha potuto partecipare a quest'edizione, l'invito è ad esserci l'anno prossimo!