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Cosa facciamo?

L’area accoglienza offre servizi essenziali alle persone, accompagnandole e sostenendole nel periodo di accoglienza in struttura. Ci proponiamo di creare occasioni utili alla maturazione di una quanto più completa autonomia attraverso l’interazione e l’integrazione con il vicinato e la cittadinanza, agevolando inoltre la conoscenza dei servizi e delle risorse presenti, disponibili e attivabili sul territorio.

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L'Associazione Centro Astalli Trento ha raccontato il progetto di corridoio umanitario in corso di realizzazione con il supporto della Comunità di S. Egidio, della Cooperativa Villa Sant’Ignazio e della Provincia Autonoma di Trento. La conferenza stampa è stata moderata da Toni Mira, caporedattore di Avvenire, e in essa sono intervenuti: Stefano Canestrini e Stefano Graiff, rispettivamente coordinatore e presidente del Centro Astalli Trento; l'assessore Luca Zeni a nome della Provincia Autonoma di Trento; Mattia Civico in qualità di consigliere provinciale e come figura di riferimento per la Comunità di Sant'Egidio. Non sono mancati gli interventi degli operatori che giornalmente lavorano con la famiglia siriana giunta a Trento a gennaio 2018 e che proprio il 16 aprile 2018 ha ricevuto il riconoscimento dello status di rifugiato. Sebastiano Martinelli e Giuseppe Marino hanno raccontato l'esperienza del loro viaggio in Libano per cominciare l'accompagnamento da laggiù; Eleonora Gabrielli si è invece concentrata sul lavoro di squadra focalizzandosi sul percorso di inserimento nella nostra comunità grazie ad un impegno di concerto con volontari e con l'intera comunità trentina.

Si tratta di un piccolo segno di speranza che apre una prospettiva diversa per chi fugge dalle guerre e dalle ingiustizie: i corridoi umanitari rappresentano infatti una alternativa alla narrazione predominante, ma anche un concreto strumento di ingresso legale per essere accolti in Italia evitando il traffico di esseri umani e il pericolo dei viaggi, di cui troppo spesso sentiamo parlare. In questo modo, si può far uscire le persone dall'invisibilità in cui sono state rilegate da un contesto geo-politico miope ed egoista.

Questo tentativo di andare oltre l'invisibile è particolarmente a cuore del Centro Astalli: a questo proposito, il nuovo rapporto pubblicato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), “Viaggi disperati” offre una panoramica del cambiamento nei flussi misti dell’ultimo anno. Da luglio 2017 sono drasticamente diminuiti gli arrivi via mare in Italia, tendenza confermata dall’andamento degli sbarchi registrati nei primi tre mesi del 2018, meno 74% rispetto allo scorso anno. Su questi dati visibili ed evidenti, una parte consistente dell’opinione pubblica e delle istituzioni hanno espresso una viva soddisfazione: ma cosa c’è oltre queste nuove statistiche? Davvero non abbiamo intenzione di mettere il nostro sguardo oltre il mare e oltre le barriere che abbiamo costruito?

Lo facciamo con la Siria: si raccontano le bombe, l’ecatombe di morti tra i civili, i difficili tentativi di trovare una soluzione diplomatica; ma si fatica a notare che nuovi fondi europei sono recentemente stati stanziati per finanziare il controllo e l’accoglienza di rifugiati in Turchia, dove già si trova la più numerosa comunità di profughi del mondo, con 3,8 milioni di persone per la maggior parte di nazionalità siriana. Atri 3 miliardi di euro verranno stanziati per chiudere sempre di più quella rotta balcanica che nel 2015 aveva permesso a molti siriani in fuga di raggiungere l’Europa. Servirebbe una nuova Agenda Europea sulle migrazioni, che valuti con urgenza l’impegno di salvare vite umane e di garantire dignità e sicurezza a chi è in cerca di protezione.

Sembra facile posare lo sguardo sulle traversate in mare contando i barconi e le navi che percorrono il Mediterraneo oppure dibattendo sulle zone di soccorso e su limiti e mansioni delle guardie costiere; ma è facile dimenticare le bombe e i sequestri nel Sahel, la sete e le repressioni del Corno d’Africa, le sovraffollate prigioni ivoriane, gli attentati in Afghanistan... Sembra semplice vedere una diminuzione di arrivi, ma è più faticoso osservare i grandi flussi di migranti forzati che viaggiano nel mondo: 65 milioni di esseri umani, che non stanno invadendo l'Europa, ma che sono comunque costretti a cercare un rifugio lontano dalle proprie case.

Non spostiamo mai i nostri binocoli su ciò che sta davvero accadendo in mare: nei primi tre mesi del 2018 il tasso di mortalità tra coloro che partono dalla Libia è salito a 1 decesso ogni 14 persone, rispetto a 1 decesso ogni 29 persone nello stesso periodo del 2017. E non basta: c’è un altro segnale molto preoccupante alla luce anche delle politiche messe in atto in tema di immigrazione perché chi scappa dalla Libia arriva sulle coste italiane in pessime condizioni di salute, mostrando evidenti segni di estrema debolezza e magrezza. Il calo degli arrivi registrato in Italia nel corso del 2017 (119.369, rispetto ai 181.436 dell’anno precedente) è sotto gli occhi di tutti; ma agli occhi degli esperti del Centro SaMiFo, che assiste vittime di violenza intenzionale e tortura, è evidente la crescita del numero di persone traumatizzate in seguito al viaggio e soprattutto alla detenzione nei centri in Libia. Proprio per questo le politiche degli Stati non dovrebbero chiudere le porte ai migranti, ma permettere piani di evacuazione umanitaria. Altrimenti si rischia di fare il gioco dei trafficanti, degli aguzzini della tratta e dei campi di Libia. Lì ed in Libano, in Turchia ed in Etiopia, in Pakistan come anche in molti altri Paesi poveri, vivono gli scartati, gli invisibili che non vogliamo vedere: i migranti forzati che non riescono nemmeno ad immaginare di poter partire.

Vorremmo imparare di nuovo a vedere proprio loro, che sembrano diventati invisibili alle nostre miopie. Di fronte ad un quadro geo-politico così complesso, i corridoi umanitari mettono una luce di speranza: sono esperienze importanti, ma che ancora riguardano un numero troppo esiguo di persone. Sarebbe urgente trasformare questo tipo di operazioni in azioni sistematiche che vengano assunte dai Governi e Unione Europea e stabilire vie d’ingresso legali in Europa, che evitino a tanti migranti di dover scegliere tra la tragica alternativa di morire di viaggio, affidandosi a trafficanti senza scrupoli, o morire in patria, rinunciando alla speranza di un futuro sicuro e dignitoso. La nostra società civile può impegnarsi a discuterne spostando la lente di ingrandimento su questi grandi temi. Farlo insieme potrebbe distruggere le paure che scorrono nelle nostre comunità ricominciando a guardare lontano.

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